Seleziona una pagina

Abbiamo fatto un salto in Umbria per visitare la cantina Palazzone, tra i principali interpreti dell’Orvieto con le sue vigne impiantate dove un tempo nuotavano i capodogli e i vulcani disegnavano il paesaggio.

Che un tempo l’Umbria fosse in buona parte ricoperta dal mare è risaputo. Ma che queste acque fossero solcate dai capodogli è una scoperta fatta nel 2003 dall’università di Perugia. A testimoniarlo sono gli scheletri di cetacei ritrovati vicino ad uno dei borghi più belli d’Italia, Allerona, posto lungo la valle che dal confine tra Lazio, Toscana e Umbria scende verso Orvieto.

Ed è proprio nella campagna orvietana che ci siamo diretti per visitare la cantina Palazzone che sorge a Rocca Ripesena, sul versante occidentale della valle formata dal fiume Paglia. Ad accoglierci in azienda c’era Pietro Dubini, figlio ventottenne di Giovanni, laureato in enologia e con importanti esperienze all’estero, in particolare in Nuova Zelanda.

“I miei nonni erano di Lecco ma abitavano a Roma – esordisce Pietro rievocando le origini dell’azienda – Vennero a Orvieto nel 1969 per accompagnare una coppia di amici che cercava una casa di campagna. Tra le tante proprietà visitarono anche questa ma i loro amici pensavano che 50 ettari di terra fossero troppi e rinunciarono. Mio nonno, invece, rimase talmente colpito che convinse mia nonna ad acquistare il podere”.

E in effetti il luogo è veramente ameno e non è difficile comprendere le ragioni che a suo tempo spinsero Angelo e Maria Dubini a fare questa “follia”. Il paesaggio è quello tipico umbro, con la vigna che si alterna agli ulivi e ai boschi di castagno. La vista dalla collina, poi, è spettacolare: il monte Peglia si allunga verso il cielo, la rupe di Orvieto fa capolino tra la nebbia in lontananza e la rocca tufacea di Ripesena sembra la prua di un’imbarcazione che naviga lenta nella valle.

E poi c’è il “palazzone” che ha ispirato il nome della cantina. Era la fine del XIII secolo quando papa Bonifacio VIII ordinò al cardinal Teodorico di far costruire un ostello destinato ai pellegrini diretti a Roma in occasione del primo Giubileo. E il cardinale fece le cose in grande ispirandosi ai palazzi nobiliari che si potevano ammirare nel centro di Orvieto. Dopo più di 700 anni e un importante restauro, il Palazzone è tornato all’antico splendore e oggi è una locanda di charme dotata di sei eleganti appartamenti.

Sì, ok, tutto bellissimo, ma le vigne?! E anche voi avete ragione ma tra capodogli e palazzoni è facile lasciarsi distrarre. Sono 24 gli ettari vitati dedicati per l’80% ai quattro vitigni storici alla base dell’Orvieto DOC: Grechetto, Procanico, Verdello e Malvasia Toscana. “La maggior parte delle vigne è stata reimpiantata negli anni ’90 quando il disciplinare dell’Orvieto DOC è stato modificato per dare più spazio al Grechetto. Oggi, insieme al Procanico (clone del Trebbiano Toscano), deve intervenire nel blend per almeno il 60%”, racconta Pietro passeggiando tra i filari.

Prima della modifica il Grechetto non era molto utilizzato: i contadini della zona non lo amavano a causa del suo periodo di maturazione precoce. Bisogna specificare, infatti, che storicamente l’Orvieto è sempre stato un uvaggio realizzato direttamente in vigna dove le diverse varietà crescevano promiscue e venivano vendemmiate nello stesso momento. Per questo il Grechetto tendeva sempre ad essere raccolto troppo maturo. Oggi, diversamente da allora, ogni varietà viene vendemmiata separatamente.

“Qui abbiamo la fortuna di trovarci al confine tra due zone geologiche completamente differenti – continua Pietro disegnando l’orizzonte con le dita – In cima alla collina abbiamo terreni sciolti scuri e sabbiosi di origine vulcanica generati circa 100 mila anni fa dall’esplosione del vulcano posizionato dove oggi si trova il lago di Bolsena. A valle, invece, troviamo terreni compatti, bianchi e argillosi retaggio del mare che fino a 1,8 milioni di anni fa ricopriva questa zona”. E dove, probabilmente, nuotavano i famosi capodogli di Allerona…

La particolarità dell’azienda Palazzone è proprio quella di aver impiantato i quattro vitigni con cui produce l’Orvieto su entrambi i tipi di terreni: si tratta di piccole parcelle con esposizioni e altezze variabili (dai 250 ai 350 metri slm). In questo modo, vinificando separatamente ogni singola parcella, possono contare su un grande numero di vini base con cui creare il blend, un po’ come fanno gli chef de cave con lo Champagne.

Il vino icona di Palazzone si produce proprio così. Parliamo del Campo del Guardiano, un Orvieto Classico Superiore che nasce in buona parte dall’omonima vigna da sempre considerata la più vocata. Il blend nasce comunque da diverse parcelle caratterizzate da terreni misti di matrice vulcanica e marina. Il metodo di produzione prevede l’utilizzo di lieviti selezionati, fermentazione in acciaio a temperatura controllata e maturazione in acciaio di 6 mesi sulle fecce fini cui segue un lungo affinamento in bottiglia. “Trovare il giusto blend è la cosa più difficile e appassionante del nostro lavoro – racconta Pietro – Tra dicembre e gennaio con mio padre assaggiamo le vasche e decidiamo i tagli per l’Orvieto. A volte ci rendiamo conto che con una minima aggiunta da una vasca il vino cambia totalmente”.

Giovanni Dubini a Life of Wine

Il Campo del Guardiano è l’etichetta che ci ha fatti innamorare di questa cantina durante l’ultima edizione di Life of Wine (leggi l’articolo). In quella occasione abbiamo degustato una verticale di cinque annate che ha mostrato l’incredibile potenziale evolutivo dell’Orvieto. Ottimo anche l’Orvieto Classico Superiore Terre Vineate che affina 3 mesi sulle fecce fini e offre un grande rapporto qualità prezzo. In questo vino intervengono maggiormente uve provenienti da vigne con terreni argillosi e per questo mostra più struttura e vigoria del fratello maggiore Campo del Guardiano che invece gioca più sull’eleganza.

Ecco, l’Orvieto ha un profumo e un sapore così sottili che, a tutta prima, gli si suppone un corpo molto più leggero. Chissà che questa contraddizione non corrisponda al suo fascino misterioso: vino etereo e vulcanico, vino di sole e di caverna, vino asciutto con un fondo dolceamaro: vino, soprattutto, delicato ma, proprio per questa sua delicatezza, assolutamente intrasportabile” Mario Sodati, Vino al vino

Vino delicato e intrasportabile” scriveva Soldati nel suo meraviglioso libro Vino al Vino riferendosi alle piccole produzioni artigianali orvietane che avevano la caratteristica di essere vinificate nelle meravigliose grotte scavate nel tufo. Qui il freddo provocava molto spesso degli arresti fermentativi che lasciavano nel vino un piacevole residuo zuccherino. Il vino di Orvieto era quindi “abboccato” se non dolce (ancora oggi il disciplinare prevede le versioni secco, amabile, abboccato e dolce) e per questo particolarmente instabile.

“Era buonissimo se bevuto in zona – conferma Pietro – Meno se trasportato in altri luoghi dove, se non adeguatamente stabilizzato, tendeva a rifermentare. Nel 2005 mio padre ha pensato di riprodurre il vino di cui parlava Soldati cercando però di evitare gli errori che lo rendevano così instabile”. Il progetto è partito impiantando nove filari di Procanico, Verdello e Moscato proprio a ridosso di una grotta scavata quasi 3 mila anni fa dagli etruschi. Siamo sulla cima della collina, su una parcella con terreni di origine vulcanica circondata da alberi di quercia.

“L’idea era quella di produrre un vino di grotta partendo da un uvaggio fatto direttamente in vigna: per questo abbiamo escluso il Grechetto – racconta Pietro – Il vino si fa come un tempo con bucce, raspi e mosto che finiscono in un troncoconico aperto. Dopo 3/4 giorni sviniamo e torchiamo spostando il mosto in botti di castagno da 650 litri. Utilizziamo solamente una pompa a mano e un vecchio torchio. Il vino resta un anno in botte dove la fermentazione spontanea va avanti molto lentamente a causa del freddo, tanto che a volte si ferma in inverno e riprende in primavera. Poi trasferiamo tutto in damigiane di vetro dove il vino resta per 8 mesi sulle fecce fini. Infine viene imbottigliato senza chiarifica né filtrazione”. Così nasce il Musco (prima annata 2013), vino bianco generico prodotto in appena 1.600 bottiglie.

Pietro Dubini e la grotta del Musco

Da segnalare anche la produzione di due vini passiti: la Muffa Nobile e la Vendemmia Tardiva. Già nel 1933 il professor Garavini (colui che ha delimitato il territorio dell’attuale zona Classica della denominazione) raccontava come molti paragonassero il vino “abboccato” di Orvieto ai Sauternes. E in effetti Orvieto è la terra d’elezione dei muffati italiani. “La botrytis cinerea arriva tutti gli anni grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche di questa valle – conferma Pietro – Tra settembre e ottobre quasi ogni giorno si formano dense coltri di nebbia che svaniscono a metà mattinata per lasciare spazio al sole. È molto importante anche l’azione del vento che qui non manca mai”.

Il muffato fermenta in barrique dopo una vendemmia che solitamente ha luogo tra fine ottobre e primi di novembre mentre la vendemmia tardiva fa solo acciaio. Sono vini completamente diversi tra loro ma che hanno il comune pregio della grande bevibilità. Tanto è complessa, evoluta ed elegante la Muffa Nobile quanto è fresca, sbarazzina ed invitante la Vendemmi Tardiva. “Entrambi hanno un residuo zuccherino abbastanza alto di circa 150 gl – rivela Pietro – Il bello è che non si percepisce perché la freschezza e la mineralità sapida donata dal territorio li rendono più agili. Secondo noi si raggiunge un miglior equilibrio lasciando in questi vini più zucchero e meno alcol”.

Per valorizzare la propria identità di piccola impresa familiare Palazzone è da più di dieci anni socia della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti). “Pensiamo che il confronto con altre aziende che fanno qualità sia fondamentale – spiega Pietro – Per questo, oltre ad essere soci FIVI, abbiamo da poco lanciato un nuovo progetto che coinvolge altre quattro cantine del territorio: Cantine NeriMadonna del LatteSergio Mottura e Tenuta di Salviano”. L’idea è quella di unire le forze per promuovere l’Orvieto come vino capace di evolvere nel tempo, nel contesto di una DOC che incredibilmente non prevede la versione Riserva per un vino che ama i lunghi affinamenti.

In effetti, come aveva già denunciato Soldati in Vino al Vino, dagli anni ’70 in poi l’industria enologica ha corrotto buona parte della produzione locale che si è convertita alla commercializzazione di Orvieto di bassa qualità, poco longevi e destinati alla grande distribuzione. Basti pensare che oggi si producono 12 milioni di bottiglie di Orvieto DOC che corrispondono ai 2/3 della produzione totale di vino DOC umbro.

Buona parte di questa produzione non viene imbottigliata nella zona di origine ed è commercializzata da imbottigliatori che acquistano il vino senza possedere un ettaro di vigna. In questo modo la denominazione perde di valore e a rimetterci è tutto il territorio, quindi ben vengano associazioni di piccoli produttori che uniscono le forze per promuovere la qualità di quello che un tempo era il “vino dei papi”.

Un vino in cui il mare si ritrova nel bicchiere come il bagliore tenue di una stella lontana migliaia di anni luce che, nonostante si sia spenta, ai nostri occhi continua a brillare nel cielo. E quest’anima marina si unisce a quella vulcanica che dona finezza ed eleganza. Come dice il professor Attilio Scienza, l’Orvieto è un vino figlio del fuoco e del mare.

La degustazione:

Palazzone Orvieto Classico Superiore Terre Vineate 2019
Procanico 50%, Grechetto 30%, Verdello e Malvasia 20% – Gr. 13%
Prezzo ai privati in azienda: 9 euro
Giallo paglierino con riflessi dorati. Naso ampio e intenso che apre con ricordi agrumati di mandarino, fiori bianchi e frutta gialla matura. Poi sbuffi salmastri introducono note balsamiche resinose e frutta secca. In bocca offre buona struttura e delicata morbidezza ma il sorso è caratterizzato dalla freschezza citrina e dalla importante sapidità che nel lunghissimo finale si unisce a note di mandorla.

Palazzone Orvieto Classico Superiore Campo del Guardiano 2017
Procanico 50%, Grechetto 30%, Verdello e Malvasia 20% – Gr. 13,5%
Prezzo ai privati in azienda: 15 euro
Giallo paglierino. Vino sussurrato e di grande eleganza che rivela a poco a poco i suoi segreti. La frutta in questo caso è bianca (pera, mela, pesca bianca) mentre la nota agrumata è più simile al cedro. Poi fiori di campo, delicate erbe aromatiche, ortica e mandorla fresca. Sorso fresco ma dal grande equilibrio in cui la sapidità è ancora una volta protagonista allungandosi sul finale agrumato.

Palazzone Orvieto Classico Superiore Campo del Guardiano 2007
Procanico 50%, Grechetto 30%, Verdello e Malvasia 20% – Gr. 14%
Giallo dorato brillante. Naso ampio, intenso ed elegante che offre meravigliosi profumi di fiori di ginestra e ricordi di agrumi canditi. Poi susina goccia d’oro, miele di acacia, frutta secca e note balsamiche che ricordano la macchia mediterranea. In bocca è goloso e armonico nonostante l’importante freschezza che sorprende. Morbido, sapido, infinito. Un tripudio! 

Palazzone Vino Bianco Musco 2017
Procanico 50%, Verdello 30%, Malvasia 20% – Gr. 12%
Prezzo ai privati in azienda: 30 euro
Giallo dorato carico. Il contatto con le bucce è evidente al naso che si apre prepotente con note di erbe aromatiche fresche come salvia e mentuccia, poi pompelmo, albicocca, resina di pino, ricordi iodati, miele di castagno, nocciola e pepe bianco. Il sorso è denso e vivace allo steso momento. Fresco, salato e morbido ricorda in qualche modo le sensazioni che può donare una pizza ebraica con gli agrumi canditi, la frutta secca e quel misto di dolce e salato che la rende irresistibile. Il finale è ancora una volta lunghissimo e ammandorlato.

Palazzone Orvieto Classico Superiore Vendemmia Tardiva 2018
Grechetto, Procanico, Malvasia e Sauvignon Blanc – Gr. 11%
Prezzo ai privati in azienda: 14 euro
Giallo dorato brillante. Naso accattivante che ai richiami di arancia candita abbina ricordi salmastri e note di pesca gialla matura e albicocca disidratata, miele di acacia e mandorla. Il sorso è molto piacevole e poco impegnativo grazie alla moderata percezione della dolcezza e alla grande freschezza. Mediamente lungo il finale sostenuto dalla sapidità.

Palazzone Orvieto Classico Superiore Muffa Nobile 2017
Grechetto 50%, Sauvignon Blanc 40%, Procanico 10% – Gr. 12%
Prezzo ai privati in azienda: 21 euro (0,50 cl)
Giallo dorato tendente all’ambra. Ancora una volta il mare torna nel bicchiere con evidenti richiami iodati. Poi miele di agrumi, mandorla secca, agrumi canditi, albicocca disidratata, zafferano e pepe bianco. In bocca è inizialmente denso e dolce per poi rivelare la sua anima orvietana con l’acidità ad alleggerire il sorso e la grande sapidità ad allungarlo.